* Dalle lezioni di Bruno Cartosio e David Ellwood.
Introduzione
Che impatto hanno avuto le politiche neoliberiste sulla società occidentale? Qual è stata la genesi di una stagione politica che ha conosciuto il suo apice in Gran Bretagna e Stati Uniti negli anni Ottanta e ha poi fortemente influenzato il pensiero conservatore e progressista anche nel decennio successivo? Come hanno “pensato” la middle class, e come vi si sono rapportati, i governi Thatcher e Reagan nell’elaborazione di un progetto politico trasformativo, ma con altissimi costi sociali? Queste sono solo alcune delle domande che hanno guidato la nostra analisi, sviluppata a partire dai saggi consultati e dagli interventi dei professori Cartosio ed Ellwood, e volta a cercare di comprendere come si sia arrivati alla situazione odierna. Una situazione nella quale le disuguaglianze aumentano, gli effetti della crisi economica impoveriscono la classe media e cresce la disaffezione politica. La nostra analisi di conseguenza ha un punto di partenza temporale ben definito (gli anni Settanta) e intreccia vari elementi: la teoria politica, le scelte economiche, i rapporti tra paesi e le trasformazioni sociali. Fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui le conseguenze della crisi economica e finanziaria accentuano un processo di indifferenza, se non addirittura di rigetto, nei confronti della partecipazione politica che, in taluni casi, può arrivare fino a forme radicali di anti-politica.
1. “Anni Settanta nati dal fracasso”. 1 Le origini dell’elaborazione politica conservatrice.
Nel corso delle lezioni della scuola estiva Cispea 2013 (con particolare riferimento agli interventi di Bruno Cartosio e David Ellwood) e nel successivo lavoro seminariale di cui queste note sono espressione, è stato sottolineato come le politiche liberiste in economia e socialmente conservatrici, che caratterizzarono gli anni Ottanta negli Stati Uniti e nel Regno Unito, siano state una risposta pratica e soprattutto ideologica ad una serie di “terremoti” che sconvolsero i Paesi con un’economia avanzata negli anni Settanta. Non si trattò solo di una crisi economica, caratterizzata da un generale rallentamento della crescita dopo il 1973 (e da brevi cicli di stagnazione o recessione), ma anche di una forte crisi della società che nel dopoguerra si era organizzata in quello che è stato definito un “pluralismo corporato”. A partire dal 1968, i Paesi a capitalismo avanzato furono infatti segnati da una serie di conflitti sociali e politici senza precedenti, che la crisi economica contribuì ad alimentare o a non ricomporre: il movimento pacifista, operaio e studentesco, il revival etnico e gli etnoseparatismi, il nuovo femminismo, la mobilitazione delle minoranze che chiedevano il riconoscimento pubblico della propria diversità, l’ambientalismo e, in Italia, Germania e Irlanda del Nord, la lotta armata ed il terrorismo. È in questo contesto di instabilità che, secondo quanto discusso, vanno rintracciate le origini delle politiche di governo di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, nonché delle loro retoriche e del loro successo elettorale. Come spiegato da un osservatore coevo nel 1989, con i suoi primi due mandati di governo, Margaret Thatcher si era distinta per una serie di iniziative politiche che “[avevano promosso] un’economia libera [cioè liberista] e distrutto molti dei pilastri del regime di democrazia sociale, ma allo stesso tempo [avevano introdotto] misure che incrementavano il potere centrale dello stato” (Gamble 1989). Il vecchio approccio collaborativo e consensuale con le istituzioni di governo locale (roccaforti del Partito Laburista) e con le Trade Unions era stato rigettato da Thatcher e dal Partito Conservatore, segnando la fine di quei “compromessi keynesiani” che dal 1945, in forme diverse da Paese a Paese e da periodo a periodo, avevano segnato la crescita economica e la contemporanea distribuzione della ricchezza in molte delle economie capitalistiche avanzate. Ciò era avvenuto non attraverso l’attuazione di un preciso programma, bensì attraverso una serie di interventi non coordinati (dettati anche da necessità contingenti e da calcoli elettorali) che, tuttavia, avevano un loro collante in una serie di discorsi ideologici fortemente connotati in senso reazionario e moralista. Uno dei paradossi più evidenti della politica e dell’assalto teoretico (Hobsbawm 1997), che caratterizzava la comunicazione pubblica di Thatcher, era che se da una parte essa promuoveva l’idea di un’economia libera e di una diversa attitudine nelle relazioni tra lo stato e la società civile (per cui l’individuo sarebbe dovuto essere sempre meno dipendente dallo stato nelle sue scelte economiche), dall’altra parte rifiutava molti dei possibili corollari di queste idee, quali la libera scelta individuale del proprio modello di comportamento. Infatti “il governo preferì imporre una cultura della solidarietà nazionale con un ristretto numero di stili di vita approvati” (Gamble 1989). “Un uomo che, superati i 26 anni d’età, si trova in un autobus può considerarsi un fallito”: è questa una frase erroneamente attribuita a Thatcher, ma che tuttavia rappresenta bene il carattere “prescrittivo” della retorica conservatrice e “yup” della politica britannica degli anni Ottanta; essa presentava infatti lo stile di vita del vecchio ceto medio (che aveva nel trasporto privato uno dei suoi simboli e dei suoi miti), come l’unico degno di essere perseguito. Se a determinare le vittorie elettorali dei conservatori in Gran Bretagna nel 1983 e nel 1987 furono soprattutto i temi della politica estera e dell’economia, la campagna elettorale del 1979 che portò Thatcher per la prima volta al governo fu caratterizzata soprattutto dai temi della “legge e ordine”, della famiglia e dell’educazione. Questi argomenti furono declinati dalla Lady di ferro in quello che è stato definito un “rinascimento puritano” (Taylor 1987) che, tuttavia, si accompagnava e anzi era volto a giustificare la teoria economica neoliberista. Con delle acrobazie dialettiche il welfare state fu presentato nel 1979 come una delle cause dell’aumento della criminalità nel Regno Unito, mentre gli operai che picchettavano furono paragonati ai criminali comuni. Thatcher dipinse quindi le Trade Unions e il Partito Laburista (considerato generalmente “complice” degli operai in sciopero), come propugnatori di modelli di comportamento criminali, violenti ed antisociali che avrebbero avuto dei riflessi non solo nelle fabbriche, ma anche nelle stesse strade del Regno. Ian Taylor ha dimostrato come questi temi e queste paure si siano sviluppate nel corso degli anni Settanta non solo all’interno di organizzazioni e gruppi che si opponevano a quello che veniva indicato come il “permissivismo” che minava alle fondamenta le relazioni della società britannica, società che rimaneva comunque “fortemente patriarcale, eterosessuale, familista e gerarchica nel modo in regolava la vita sociale e sessuale in generale” (Taylor 1987), ma anche e soprattutto in settori dello Stato comunque influenti nella formazione dell’opinione pubblica di ceto medio: magistratura, polizia e, soprattutto, scuola. Rimangono comunque molti interrogativi su come queste paure si siano diffuse in tutte le classi sociali, sul perché la storia degli anni Settanta sia stata essenzialmente “la storia di governi che guadagnavano tempo” (Hobsbawm 1997) – al di là dell’evidente arbitrarietà dell’individuare i limiti temporali del manifestarsi dei fenomeni storici nelle decadi del calendario cristiano – e, soprattutto, del perché altri settori dell’opinione pubblica e della politica non seppero elaborare una risposta alla effettiva frammentazione sociale e alla crisi economica di quel periodo, in alternativa a quella offerta dalla teoria liberista e dal conservatorismo.
2. Le risposte alla crisi degli anni Settanta: il policy transfer tra Stati Uniti a Gran Bretagna.
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Spazzatura lasciata in strada durante l’”Inverno dello scontento”, Londra,1979.
Durante tutti gli anni Settanta, dunque, l’Inghilterra, così come altre potenze occidentali, attraversò una radicale crisi politica e sociale dovuta al venir meno del modello politico ed economico che aveva dominato nei trent’anni successivi al secondo dopoguerra. Questa profonda crisi economico-finanziaria (aggravata dallo shock petrolifero del 1973) mise in luce i limiti di uno sviluppo economico occidentale basato su principi keynesiani e portò, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, a un drastico cambiamento della politica economica in senso neoliberista (Cammarano, Guazzoloca, Piretti, 2009). Sia Margaret Thatcher, sia Ronald Reagan proposero e misero in atto una ricetta politica contro la crisi abbastanza simile, anche se con risultati molto diversi. Fu soprattutto la Thatcher che, come mai nessun Primo Ministro britannico prima di lei, guardò agli Stati Uniti e ne riprese, a volte totalmente a volte riadattandole, le politiche economiche e sociali. In effetti il processo di scambio tra i due Paesi andò soprattutto in una direzione: dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna (Dolowitz, Greenwold, Mash 1999). Concetto cardine di questa ricetta neoliberista era la privatizzazione. Iniziata in realtà dalla Lady di Ferro come una serie di provvedimenti ad hoc per rifocillare le casse dello Stato, diventò ben presto il pilastro della “svolta thatcheriana” (Gamble 1989). Furono via via privatizzate aziende come la British Telecom, la British Gas e la British Airways. Il Primo Ministro cercò di smantellare anche alcune importanti lobby, come quella dei media (BBC) e delle università (tra cui le prestigiose Oxford e Cambridge), senza però riuscirvi. Anche la retorica che la leader conservatrice utilizzò può essere ricondotta più alla tradizione americana che non a quella inglese. Forte della sua esperienza di vita, credeva fermamente nel self-made man: a suo parere i cittadini, di qualsiasi classe sociale, dovevano farcela con le proprie forze senza contare sui sussidi statali; i soldi pubblici non dovevano servire per aiutare i meno abbienti poiché questi avrebbero dovuto farcela da soli, grazie ad una economia che favoriva l’impresa individuale e il capitalismo. Questo avrebbe portato alla creazione di una “new middle class”. Le riforme e la retorica della Thatcher si scontrarono, però, con una società completamente diversa da quella americana. Se le politiche di Reagan furono accolte in maniera positiva, e il suo rilancio morale della potenza americana servì da buon collante, la figura della Thatcher spaccò ancora di più la già logorata società inglese. In Gran Bretagna era presente una working class forte e ben organizzata, rappresenta da influenti sindacati. Le politiche neoliberali furono un attacco frontale a queste ultime, che risposero in maniera aspra e molto spesso violenta. Come ha sottolineato il professor Ellwood, paragonando i funerali dei due leader, si può dedurre come la società inglese e quella americana abbiano accolto in maniera molto diversa le riforme degli anni Settanta e Ottanta. Tuttavia è importante sottolineare che il “policy transfer” tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna è continuato anche dopo gli anni della Thatcher e di Reagan, estendendosi anche alla parte democratico-laburista (Dolowitz, Greenwold, Mash 1999). Si può affermare, quindi, che la Thatcher non riuscì a far penetrare una nuova mentalità e un nuovo assetto sociale in Gran Bretagna, ma riuscì comunque ad influenzare in modo decisivo le politiche e i modi di fare politica a lei successivi.
3. La giustificazione delle disuguaglianze: il principio del self-made man come cardine dell’ideologia thatcheriana.
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Copertina di Time, 14 luglio 1979.
Il modello di stato britannico proposto da Margaret Thatcher si pone nel solco della tradizione americana sedimentata a partire dalla Gilded Age e avente come suo più importante interprete il filosofo darwinista William Grahm Sumner. L’intellettuale, nel libro What Social Classes Owe to Each Other del 1883, interpretava la disuguaglianza sociale e il laissez faire nell’ottica di un generale progresso economico e morale che l’operare di questi principi porterebbe nella società. Questa filosofia fornisce una giustificazione alla grande disparità delle ricchezze e del potere economico americano e definisce la virtù come una qualità morale che emerge dalla selezione sociale tra gli individui e connota il più ricco come il più virtuoso. Il pensiero di Sumner diventa un credo per la middle class americana del tempo. L’ideologia della Thatcher, pur attingendo a questa filosofia, non fa propri i principi del puritanesimo che, invece, costituiscono la base del pensiero americano. Uno dei suoi pilastri è, infatti, la connessione, tra plutocrazia e puritanesimo: in base a questa relazione l’uomo virtuoso è l’individuo eletto da Dio che attraverso i propri sforzi e il duro lavoro è riuscito ad arricchirsi ed è, per questi motivi, legittimato all’accumulo di denaro. Questa relazione non è presente nel pensiero inglese. Il modello della Lady di ferro può essere meglio definito ricorrendo al termine autoritarismo popolare e sottolineando tre aspetti principali: la concezione organica della società, l’individualismo e la formulazione di un nemico interno, che viene rintracciato nel criminale e indicato come il fattore di disturbo dell’armonia sociale (Taylor 1987). Nella retorica della Thatcher l’accento posto sulla paura e sulla sicurezza diventa molto importante per ottenere consensi in seno alla middle class. Di importazione americana è l’ideologia del self-made man che entra a far parte del modello sociale e politico inglese di quegli anni: donna e per di più appartenente a una lower middle class, la Thatcher rappresenta colei che attraverso i propri sforzi e il proprio valore è riuscita a risalire faticosamente la scale sociale e ad appartenere alle élites di governo. Questo modello sarà rappresentato anche dal Presidente americano Barack Obama. La questione dell’influenza del pensiero americano su quello inglese è di particolare interesse e può essere spiegata a partire da motivazioni di politica estera (mantenere e rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti) e di politica interna (consolidare l’ideologia neoliberista in voga al tempo). Alla base c’è, insomma, il monito della Thatcher “to make England more American” (Dolowitz, Greenwold, Mash 1999). È importante sottolineare, infine, come il modello economico ripreso dal primo ministro inglese faccia propri i principi del neoliberismo promulgati da Friedrich Von Hayek, uno dei maggiori avversari del keynesismo e del welfare state. Soprattutto, il principio della “social market economy” in antitesi al potere coercitivo dello Stato, e della libertà in opposizione alla democrazia sono centrali per comprendere alcune direttive del primo governo Thatcher (Taylor 1987). Ancora oggi, però, sembra che le posizioni teoriche espresse dal sociologo Sumner fino a quelle dell’economista Hayek siano dominanti nelle società occidentali.
4. La strutturazione delle disuguaglianze: l’affermazione del neoliberismo e la trasformazione dell’economia
La frase icastica del miliardario Warren Buffett, “certo che c’è guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo”, suona come rivelatrice di un processo in corso da circa trent’anni che ha visto accrescere le disuguaglianze all’interno della società. Se al giorno d’oggi il differenziale tra la porzione più ricca della popolazione e quella più povera è cresciuto in maniera esponenziale, ciò è dovuto all’affermazione di un modello economico ben preciso, quello neoliberale, frutto delle scelte politiche delle élite dagli anni Ottanta ad oggi. Solo con l’esplosione della crisi economico-finanziaria del 2007 è iniziato un processo di ripensamento di un modello che fino ad allora era stato abbracciato con convinzione dalla maggior parte dell’establishment occidentale. Il fatto è che il modello neoliberale non ha prodotto solo conseguenze a livello economico, ma anche, e anzi soprattutto, a livello sociale. Le sperequazioni interne agli Stati sono cresciute, la concentrazione della ricchezza si è fatta via via più intensa. Due sono stati i punti cardine attorno ai quali costruire la narrazione neoliberale: la deindustrializzazione e la terziarizzazione dell’economia (unitamente a una de-sindacalizzazione crescente). La rivoluzione neoliberale venne abbracciata in prima istanza dalle amministrazioni Reagan e Thatcher, a partire dagli anni Ottanta. Nel caso britannico, poi, come è stato notato da Ellwood, l’adesione al neoliberalismo era funzionale anche al perseguimento di un obiettivo politico, vale a dire la crescita della middle class (o upper middle class). I governi Thatcher infatti erano convinti della necessità di limitare il potere della working class, ragion per cui favorirono la privatizzazione e terziarizzazione dell’economia britannica. Il che comportò una pesante deindustrializzazione del paese, con l’esplosione delle tensioni sociali che caratterizzarono gli anni Ottanta (Gamble 1989). Tuttavia, è necessario sottolineare come le politiche neoliberali ebbero l’effetto di accelerare la crescita di una nuova classe sociale, quella prodotta dall’esplosione del terziario, che non coinvolse tutta la classe media. Al contrario, sia in Gran Bretagna che negli Stati Uniti si affermò una nuova élite manageriale, frutto della finanziarizzazione dell’economia, che accrebbe le disuguaglianze interne per via dell’impoverimento delle tradizionali occupazioni della middle class. Questo spiega in parte la concentrazione della ricchezza nonché il divario tra il vertice e la base della piramide sociale. Con la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2007 il modello neoliberale è stato messo in discussione, a fronte della necessità di ridurre le disuguaglianze sociali. Occorre chiedersi, tuttavia, se la mera riproposizione della ricetta antagonista a quella neoliberale (il keynesismo, per intenderci) sia una soluzione ancora valida o se la ripresa economica, nel 2013, sia da ritrovare prima di tutto elaborando nuovi modelli in grado di interpretare con schemi concettuali diversi la società odierna, infinitamente più disgregata e diversificata rispetto a quella sulla quale incisero sia il keynesismo che il neoliberalismo (Bortolotti 2013).
5. Dal Kansas all’Italia: disuguaglianze sociali e trionfo dell’antipolitica.
In conclusione, seguendo il suggerimento di Bruno Cartosio, è possibile fare una considerazione sulla similitudine di due fenomeni che accomunerebbero gli Stati Uniti e l’Italia: da un lato l’indifferenza nei confronti della politica e quindi il relativo avvicinamento a movimenti di anti-politica e all’astensionismo e, dall’altro, il voto delle fasce meno abbienti a partiti che male rappresentano i loro interessi. Per quanto riguarda la prima questione, è importante riflettere sul fatto che è soprattutto a causa delle dimensioni paurose degli intrecci tra denaro e politica che la gran parte della gente percepisce le istituzioni rappresentative come lontane. Da questo derivano tanto l’indifferenza di molti cittadini nei confronti di una politica istituzionale gestita da partiti da cui non saranno tutelati, quanto l’estraneità a sfide che ricchi e potenti giocano tra loro in nome e a difesa dei propri interessi. E qui possiamo riportare il commento di un taxista americano, in merito all’alternativa Bush-Gore del 2000, che retoricamente si chiede “perché dovrei votare per un milionario oppure per un altro milionario?”. Questa frase si avvicina ai sentimenti sempre più diffusi in Italia, quali “destra e sinistra son la stessa cosa”, “mi ci vorrebbe il loro stipendio”, e qualunque altra frase di chi ormai rifiuta di schierarsi o da una parte o dall’altra, sentendosi estraniato dalle decisioni prese dal governo e finendo per astenersi. In secondo luogo, la scelta di parte dell’elettorato della lower middle class di indirizzare il proprio voto verso il partito che meno rappresenta i propri interessi: il Partito Repubblicano negli Stati Uniti e il Popolo delle Libertà in Italia. Thomas Frank nel sul libro What’s the Matter with Kansas (2005), descrive come nella contea più povera di quello stato del Midwest nelle elezioni del 2000 oltre l’80 percento degli elettori scelse George W. Bush – il cui partito si era posto come obiettivo i tagli ai sussidi e all’assistenza pubblica – mettendo così a repentaglio il loro lavoro, la loro salute e l’educazione dei loro figli. Così in Italia, una buona fetta dell’elettorato negli ultimi vent’anni ha dato la propria fiducia a una parte politica capace di creare un immaginario valoriale simbolico che appariva appetibile come un prodotto ben pubblicizzato, ma poi si rivelava inattuabile nel concreto, anzi sortiva effetti nocivi proprio nella ricaduta sui ceti meno abbienti, quando tagliava finanziamenti alla sanità e alle scuole e, più in generale, ai servizi pubblici. Niente quindi ci sembra più appropriato che citare una frase di Thomas Frank: “People getting their fundamental interest wrong is what American (e potremmo aggiungere qui: and Italian) political life is all about” (Frank 2005).
Note:
- È questo il titolo di una canzone del cantautore italiano Paolo Pietrangeli, incisa e pubblicata su disco nel 1975, in cui già si segnalava la “stanchezza” della società italiana per il periodo di mobilitazione sociale successivo al 1968. ↩